giovedì 23 ottobre 2014

Torre Veneri, silenzio del governo sulle esercitazioni militari

Come già denunciato da varie associazioni, a Torre Veneri insiste un poligono militare dove quotidianamente, e secondo un calendario fittissimo, si svolgono esercitazioni con spari a ridosso della spiaggia e dell’area protetta di grande interesse naturalistico. Oltre al disagio arrecato agli abitanti della zona, molte esercitazioni avvengono in orari notturni, la spiaggia ed il mare risultano piene di ogive e residui delle esplosioni che rischiano di impattare e distruggere l’ecosistema. Già la Procura di Lecce ha aperto un’inchiesta che ha dimostrato in maniera univoca una condizione di grave inquinamento della zona. Tutto questo non è ammissibile, i ministri Pinotti e Galletti interrompano immediatamente le esercitazioni militari Nato “Eagle Joker 14” iniziate il 14 ottobre nell’area addestrativa del Poligono di Torre Veneri in provincia di Lecce e verifichino i rischi per la popolazione e per l’ambiente. Non si può accettare che per far esercitare i militari si comprometta un territorio che invece andrebbe valorizzato per le sue bellezze naturali e paesaggistiche.

mercoledì 22 ottobre 2014

Il futuro dell’ILVA, il governo riferisca al più presto in Aula

Ho inviato alla Presidenza della Camera, insieme ai colleghi Francesco Ferrara ed Arturo Scotto, una richiesta di informativa urgente in merito all’ILVA di Taranto.
Durante la legislatura in corso, infatti, sono stati varati diversi provvedimenti in riferimento all’Ilva di Taranto, a partire da quello di commissariamento.
Attraverso l’adozione di questi provvedimenti, in risposta alle prescrizioni della Unione Europea e sulla scia del lavoro svolto dalle ultime due giunte Vendola, si sarebbe dovuti giungere alla redazione e soprattutto alla applicazione di un piano ambientale e di un piano industriale in grado di garantire gli attuali livelli occupazionali, nel pieno rispetto dell’AIA per la tutela ambientale e della salute. Il tutto, con la previsione di utilizzo dei fondi sequestrati alla famiglia Riva.
Ad oggi però questo non è avvenuto. Le colpe, sia del Governo Letta che di quello Renzi, sono evidenti.
Non è mai stata presentata una relazione sulla situazione epidemiologica, risultando quindi inascoltato l’ultimo aggiornamento dello studio “Sentieri”, né tantomeno un progetto a lungo termine sulla filiera dell’acciaio. I tempi di attuazione del Piano ambientale continuano a slittare; manca un piano industriale dopo la cancellazione di quello preparato dal precedente Commissario; non si è a conoscenza delle iniziative del nuovo sub commissario Carrubba, nominato da pochi giorni; si attendono notizie certe circa la possibilità di utilizzo dei fondi sequestrati alla famiglia Riva.
Oltre tutto questo, il Governo sembra intenzionato a procedere alla vendita del siderurgico di Taranto ad una compagnia straniera, presumibilmente la “Arcerol Mittal”, senza aver intavolato alcuna discussione con le organizzazioni sindacali e senza, cosa ancora più grave, aver sciolto i nodi relativi all’impatto ambientale della produzione.
Per tutto questo ho chiesto una immediata risposta del Governo in Aula, in modo da definire le motivazioni che stanno portando alla vendita ed i dettagli delle relative trattative.
L’esecutivo dovrà produrre inoltre una informativa circa la incompleta e parziale attuazione delle misure previste per la messa in sicurezza e le bonifiche dello stabilimento.

mercoledì 15 ottobre 2014

“Tempa Rossa”, per la città di Taranto altri veleni in arrivo


Come noto, tale progetto riguarda un giacimento petrolifero della Total E&P, sito in Basilicata, che avrà una capacità produttiva giornaliera di oltre 50000 barili di petrolio, 230000 metri cubi di
gas e 240 tonnellate di GPL.
Lo stoccaggio e la movimentazione del greggio prodotto riguarderà l’impianto di raffinazione ENI di Taranto, con conseguente emissione di composti organici volatili, fra cui gli “IPA” (Idrocarburi
policiclici aromatici), in una città che subisce già una allarmante incidenza delle patologie tumorali.
Bisogna ricordare che l’allora Ministro dell’Ambiente, in data 27.10.2011, decretò la compatibilità ambientale al progetto “Tempa Rossa” rilasciando “l’autorizzazione all’esercizio”, VIA-AIA.
Tutto questo senza attendere il parere endoprocedimentale della Regione che, fra le altre cose, prescriveva a carico dell’ENI la presentazione all’ARPA e all’ASL territorialmente competente della
Valutazione di Incidenza Sanitaria (VIS). Documento che, ad oggi, non è mai stato depositato.
Successivamente, nell’ottobre 2012, il Comune di Taranto approvò un ordine del giorno con cui si deliberava l’orientamento contrario alla realizzazione da parte dell’ENI dell’impianto di stoccaggio.
Ci sono potenziali rischi per i cittadini della provincia jonica, già martoriata, ed infatti l’Assessorato regionale per l’ambiente, il 30 settembre scorso, ha disposto la costituzione di una cabina di regia ARPA-ARES-ASL per la valutazione del danno sanitario.
Per tutto questo chiedo al Ministro dell’Ambiente di fermare l’iter di Autorizzazione VIA-AIA in attesa di conoscere gli esiti della valutazione del danno sanitario. Infatti, qualora l’esito fosse
negativo, ci troveremmo di fronte ad un impianto in costruzione, se non addirittura in esercizio, al di fuori del “principio di precauzione” previsto dalla normativa europea. Ho chiesto inoltre quali
interventi i Ministri della salute e dell’Interno intendano adottare in via precauzionale, nell’ambito delle rispettive competenze, al fine di evitare un conflitto procedurale sia dal punto di vista
Amministrativo e giuridico che dal punto di vista sociale, in un territorio già fortemente segnato dal punto di vista sanitario, occupazionale, ambientale e paesaggistico.

venerdì 10 ottobre 2014

“Taranto container”, a rischio 160 posti di lavoro

Ad oggi le opere di cantierizzazione previste dall’Accordo per lo sviluppo dei traffici nel Porto di Taranto, sottoscritto nel 2012 in risposta alle deficienze infrastrutturali che avevano fatto trasferire gran parte delle rotte oceaniche causando la messa in mobilità di 160 lavoratori della Tct, non hanno visto la luce.

La situazione per i lavoratori del Terminal si fa sempre più critica. Dal 22 settembre scorso la Tct ha deciso di eliminare definitivamente lo scalo delle navi transoceaniche nel porto di Taranto spostandolo al Pireo, cancellando anche le attività di tutti i “feeder” (navi medio-piccole di collegamento nazionale e locale).
Da quella data i dipendenti Tct hanno creato un presidio permanente presso l’Autorità Portuale, ottenendo un tavolo di confronto convocato dal Prefetto, che ha prodotto la sottoscrizione di alcuni impegni per il futuro.
Nonostante questo, e nonostante il Tar di Lecce abbia respinto il ricorso della Matarrese Spa dando concreta speranza di una veloce ripartenza dei lavori, non riteniamo sufficienti le garanzie per i lavoratori.
Per questo chiedo la convocazione di un tavolo interministeriale sulla base di quanto fatto anche dal Prefetto di Taranto, al fine di assicurare un monitoraggio e coinvolgimento del Governo nella sottoscrizione dei futuri impegni e chiedendo la definizione di azioni precise volte a garantire la fruibilità degli ammortizzatori sociali sino alla effettiva cantierizzazione del Porto.

martedì 7 ottobre 2014

I sindacati nelle forze armate, una battaglia di democrazia

Il 2 ottobre la Corte europea dei diritti dell’uomo ha depositato due sentenze, che considero di portata storica, per i componenti delle Forze Armate, affermando in entrambe la violazione dell’Articolo 11 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo da parte degli Stati che vietano la costituzione di sindacati o di associazioni professionali tra i militari.
Nello specifico le sentenze riguardano la Francia, ma l’applicabilità delle stesse si estende automaticamente a tutti gli Stati aderenti alla Convenzione firmata a Roma nel 1950, quindi anche all’Italia.
Non posso che accogliere questa notizia, in qualità di capogruppo in Commissione Difesa ed a nome del gruppo di Sinistra Ecologia Libertà, con grande piacere e speranza.
Il tema della “sindacalizzazione” militare è da anni nella nostra agenda politica. Già nella XV legislatura depositammo una prima Proposta di Legge (a prima firma on. Elettra Deiana) in questo senso, mentre è adesso in discussione in Commissione Difesa della Camera la mia proposta sulla “ Disciplina della rappresentanza sindacale del personale delle Forze armate e dei corpi di polizia ad ordinamento militare” (A.c. 1993).
L’intento che ci ha mosso, sostenuti anche da una forte e diretta richiesta delle parti in causa, nasce dagli evidenti limiti della normativa che regolamenta l’attuale “rappresentanza militare”.
Parliamo della Legge n.382 del 1978 (ad oggi confluita nel decreto legislativo n.66 del 2010) che ha introdotto per la prima volta nell’ordinamento militare la rappresentanza soggettiva del militare in relazione alla tutela dei soli diritti collettivi, nonché il principio per cui anche il militare è titolare di interessi legittimi che non possono ritenersi conclusi nell’ambito del rapporto gerarchico disciplinare.
Con l’affermazione di questo principio di democrazia nasceva all’interno delle Forze armate italiane la “rappresentanza militare”, un complesso di organismi sostanzialmente articolato su tre livelli con un sistema elettorale di secondo grado e che, però, solo in minima parte garantisce una reale rappresentatività delle istanze e delle aspirazioni del personale militare. Importante ricordare come il principio fondante dell’attuale rappresentanza è quello di essere un organismo dell’organizzazione militare e quindi, in quanto tale, inserito nel sistema gerarchico-disciplinare, che diventa corpo meramente consultivo delle autorità di comando.
Da questo conseguono pericolose peculiarità strutturali, talvolta appunto contraddittorie rispetto a quella che dovrebbe essere la natura di organismo rappresentativo. Un esempio su tutti è la evidente mancanza di una adeguata tutela dei delegati nello svolgimento delle proprie funzioni, spesso in conflitto e divergenti con l’Amministrazione, e quindi potenzialmente soggetti a sanzioni derivanti da interpretazioni restrittive delle norme sulla disciplina militare.
Per queste ragioni, seguendo anche l’esempio di quasi tutti i paesi europei, abbiamo immaginato l’adozione di un sistema di rappresentanza del personale militare che abbia le forme proprie del sindacato, forti anche delle richieste esplicite delle parti interessate, nonché di interpretazioni giuridiche che col tempo si stanno avvicinando ad una maggiore apertura dei diritti. Già nel 1999 infatti la Corte Costituzionale, investita del problema della legittimità costituzionale dell’articolo 8 della L.382 del 1978, aveva dichiarato “non incostituzionale” il divieto per i militari di costituire associazioni professionali o sindacali.
Le sentenze della Corte Europea rendono giustizia ad una battaglia che tanti hanno portato avanti all’interno delle forze armate, trovando raramente la politica ed il legislatore pronti ad accogliere le loro istanze.
L’Europa propone, se non addirittura impone, al nostro Paese l’affermazione di vincoli democratici e di assoluto buonsenso, si tratta ora di lavorare affinché il Governo del “modernizzatore” Renzi e le forze politiche della maggioranza, a cominciare dal PD che esprime la Ministra della Difesa, siano conseguenti e ascoltino ciò che l’Europa ci chiede in termini di avanzamento di diritti. Si tratta, infine, di riconoscere il lavoro importante che i militari hanno prodotto in questo senso nonostante l’ostracismo che i vertici delle forze armate hanno messo in campo perché la Costituzione fosse fermata all’ingresso delle caserme.