mercoledì 14 settembre 2016

ILVA, INACCETTABILI DICHIARAZIONI DEL MINISTRO GALLETTI

Ilva, inaccettabili dichiarazioni del ministro galletti su situazione sanitaria ed ambientale
Presenteremo interrogazione urgente

"Il Ministro Galletti, a margine del convegno sulle bonifiche, ha fatto il punto sulla situazione dell'ILVA di Taranto.
 Ha ripetuto l'intenzione di trovare un bilanciamento fra produzione e lavoro e ambiente e salute, oltre ad aver risposto in maniera sconcertante  alle domande sugli ultimi dati sull'eccesso di mortalità e sulle criticità evidenziate dall'ISPRA e dall'ARPA.
 Non è ammissibile che, ancora una volta, si accetti come fatto normale il mancato rispetto e/o i ritardi dell'attuazione delle prescrizioni AIA da  parte dei commissari.
 Vogliamo ricordare che essi dipendono direttamente dal Governo ed hanno l'obbligo di attuare le prescrizioni.
 Così come è inaccettabile che abbia affermato che la stragrande maggioranza delle stesse e' stata ottemperata.
 Il Ministro sa benissimo che non è vero, come dimostra ampiamente la Relazione di ISPRA e ARPA in cui si elencano le violazioni e le relative  diffide ai commissari.
 Siamo alle solite, dopo dieci decreti la situazione sanitaria ed ambientale di Taranto resta critica, come rappresentato dall'aggiornamento dello  studio sull' eccesso di mortalità, mentre il Governo non interviene ma, al contrario, Galletti giudica fisiologico quello che sta accadendo e la sua  collega Lorenzin tace.
 Chiederemo ai Ministri, con un'interrogazione urgente, di rispondere e rendere conto delle proprie responsabilità.”

On. Donatella Duranti
Maurizio Baccaro, coordinatore provinciale SEL Taranto


mercoledì 15 giugno 2016

DECIMO DECRETO ILVA - PRESENTATA PREGIUDIZIALE DI COSTITUZIONALITA’

"Dinanzi all’ennesimo (il decimo!)  decreto Ilva, abbiamo presentato una dettagliata Pregiudiziale di Costituzionalità.
Non è più possibile affrontare la perdurante e gravissima emergenza sanitaria ed industriale con provvedimenti di urgenza - che già in passato hanno mostrato tutti i loro limiti – e che oltremodo ledono in maniera pesante la nostra Carta Costituzionale.
Con questo provvedimento, nello specifico,  si modifica il decreto del gennaio 2015 estendendo l’immunità penale ed amministrativa, oltre che ai Commissari ed ai delegati alle applicazioni delle prescrizioni  AIA (misura già duramente contestata), addirittura all’affittuario/acquirente. In questo modo, oltre al ledere il principio fondamentale di eguaglianza dinanzi alla Legge (articolo 3), si estende dal pubblico al privato la configurazione di un “diritto di disastro” - previsto in capo ai soggetti i cui comportamenti risultano tutelati da presunzione di liceità.
Oltremodo, in maniera inaccettabile, si proroga fino a 18 mesi (e quindi in sostanza sino al 2019) il termine fissato per la completa attuazione del piano ambientale, già prorogato sino al giugno 2017. In tal modo si violano le tutele costituzionali riguardanti la tutela dell’ambiente naturale, l’obbligo di tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo ed interesse della collettività e l’obbligo all’impedimento di iniziative economiche che utilizzino modalità tali da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà ed alla dignità umana.
Come se non bastasse, si viola palesemente la normativa comunitaria in materia ambientale.
Fa specie inoltre l’istituzione di un comitato di non meglio definiti “esperti” – composto da “tre componenti scelti fra soggetti di comprovata esperienza in tutela di ambiente ed impianti siderurgici” – che avrà il delicatissimo compito di esaminare e valutare i piani ambientali presentati dai possibili acquirenti, privatizzando di fatto una funzione tipica e specifica in capo al Ministero dell’Ambiente.
Per ultimo, contestiamo il passaggio dedicato alle coperture finanziarie in quanto non si affronta in maniera specifica e credibile il nodo legato al risanamento e rilancio dello stabilimento, mentre come contraltare si prevede che sia l’amministrazione straordinaria a restituire allo Stato il cosiddetto prestito ponte, materializzando di fatto un “regalo” ai privati di 400 milioni di euro a scapito delle casse pubbliche. 
Il decreto è al vaglio delle commissioni ambiente e attività produttive per approdare in Aula dove sarà, probabilmente, licenziato entro i primi giorni di luglio. 
Faremo anche questa volta la nostra battaglia parlamentare per denunciarne la gravità e ostacolarne la conversione."

On. Donatella Duranti (Sinistra Italiana/SEL)

martedì 26 aprile 2016

ISOLAVERDE, UN EPILOGO CHE SI DOVEVA E CHE SI PUO' ANCORA EVITARE

Le lavoratrici e i lavoratori di Isolaverde hanno resistito in condizioni difficilissime per mesi, con la speranza che la loro situazione avesse un epilogo positivo. Nonostante i tanti sacrifici, però, quello che sta accadendo ha il sapore amarissimo della sconfitta: sono in attesa della notifica delle lettere di licenziamento che trascinerà  215 famiglie nella disperazione.
Un epilogo che si doveva e si poteva evitare, c'erano le condizioni per salvare una Societa' con funzioni importanti per l'intera comunità jonica. I dipendenti di Isolaverde e le loro oo.ss hanno messo in campo con grande dignità ogni azione possibile, hanno chiesto aiuto alle istituzioni locali, regionali e nazionali, ai rappresentanti politici, si sono appellati alla Provincia e - quando sembrava che i vari tasselli per una soluzione positiva fossero tutti al loro posto - è arrivata la doccia fredda.

Considero inaccettabile che le forze politiche che governano la Provincia non si siano assunte le proprie responsabilità e abbiano, al contrario, chiuso nel peggiore dei modi la vertenza. Ritengo inconcepibile e gravissimo il comportamento pilatesco del presidente Tamburrano che, dopo aver chiesto ed ottenuto l'intervento del governo nazionale, non ha dato corso agli impegni assunti, e del PD locale che insieme a Tamburrano governa l'Ente.
Come spiegano i rappresentanti del PD, che hanno fortemente voluto quella Presidenza e che ne condividono le attività di governo, il loro silenzio e la loro accondiscendenza? Perché non sono intervenuti per scongiurare l'esito della vertenza e non hanno richiamato Tamburrano alle proprie responsabilità? Perché continuano a tacere assumendo un atteggiamento avulso persino dalle decisioni del governo nazionale a guida dello stesso PD?
Giudico irresponsabile quello che è avvenuto ed urgente e praticabile un cambio di passo per salvare tutti i posti di lavoro: si mettano in atto le procedure necessarie a portare la Società fuori dalla liquidazione; si recuperino gli impegni del governo nazionale, della Regione e del Comune di Taranto. E' ancora possibile e, soprattutto, doveroso dopo che per mesi si sono diffuse rassicurazioni, promesse e impegni, salvo fare spallucce all'ultimo momento e far saltare il banco. La smetta Tamburrano di fare la vittima, le uniche vittime di questa situazione sono i 215 lavoratori. La smetta il PD di fare lo struzzo, prima o poi dovrà tirare fuori la testa e, allora, sara' costretto ad affrontare il giudizio politico sul suo operato. 

On. Donatella Duranti 

sabato 2 aprile 2016

Il sistema degli hotspot e' illegittimo e ingiusto.Vanno chiusi!

Ieri decine di migranti provenienti dall'Hotspot sono stati portati alla stazione di Taranto.
Abbandonati a loro stessi, con un foglio di via che ordina di lasciare l'Italia entro sette giorni.
Considerati irregolari e non meritevoli di aiuto.
Ero con loro e con le associazioni che si sono messe a disposizione, con generosità e competenza, per non lasciarli soli.
Il sistema degli hotspot e' illegittimo e ingiusto.
Insisto, vanno chiusi.
Di seguito il comunicato inviato insieme alle associazioni:
Hotspot. Si faccia chiarezza. Il prefetto convochi un tavolo
"All’indomani dei primi respingimenti differiti effettuati nell’hotspot di Taranto, quando centinaia di uomini, soprattutto, ma anche alcune donne tutti di nazionalità marocchina sono state accompagnate senza soldi né documenti alla stazione di Taranto, con in mano soltanto il provvedimento di espulsione dall’Italia; il giorno dopo l’accaduto, a prendere posizione sono Enzo Pilò dell’associazione Babele di Grottaglie e la parlamentare di Sinistra Italiana, Donatella Duranti che in una nota stampa congiunta chiedono la convocazione di un tavolo istituzionale da tenersi lunedì prossimo in Prefettura, per fare luce sulle dinamiche di funzionamento del centro.
Si sono già rilevate abbondanti criticità nella gestione - scrivono i due – perché ad esempio all’interno dell’hotspot non risulta essere garantito il fondamentale servizio di mediazione linguistica e culturale, di fatto affidato a personale non qualificato che sarebbe sprovvisto degli strumenti professionali adeguati a tale compito. Non solo. Risultano già violati le norme della Costituzione italiana in materia di libertà personale (art. 13 Cost.) e quelle che attengono alla possibilità concreta di accedere alle procedure di richiesta di asilo politico e alle procedure di protezione internazionale, garantite dall’articolo 10 della stessa Carta costituzionale.
È assente per il centro - così come per altre strutture così denominate ( hotspot) localizzate in Sicilia, qualsiasi regolamentazione normativa e anche dal punto di vista amministrativo risultano evidenti opacità, non essendo stata prevista (per ora) dal Comune di Taranto, ad esempio, alcuna procedura di evidenza pubblica per la gestione dei servizi all’interno del centro.
Tralasciando per ora ulteriori considerazioni in merito alle continue violazioni di ordine giuridico che ci hanno spinto nei giorni scorsi a chiedere anche la chiusura di questi centri, in seguito ad una visita effettuata con il team legale di Asgi ( Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione), l’ Arci regionale e l’associazione Babele; ciò che si vuole richiamare in questa sede è l’inaccettabile situazione che si è venuta a verificare lo scorso venerdì nei pressi della stazione ferroviaria tarantina, quando centinaia di migranti ( alcuni di loro anche meritevoli di protezione internazionale) sono stati letteralmente sbattuti in strada, senza alcuna cura e assistenza, alla mercè di trafficanti di uomini, nel mirino probabile della criminalità organizzata.
Soltanto l’accorrere tempestivo, nel piazzale della stazione, dei volontari di associazioni come Arci di Grottaglie e Babele, e di numerosi cittadini solidali, che hanno richiamato il sindaco di Taranto Ippazio Stefano all’assunzione delle responsabilità, ha potuto garantire un tetto temporaneo e un pasto caldo ai migranti sbattuti in strada, evitando, al contempo, anzi disinnescando, seppur temporaneamente, il pericolo concreto di una probabile “bomba sociale”. Di un ulteriore conflitto tra persone in una delle periferie più povere d’Italia, quale è appunto l’area che insiste tra la città vecchia di Taranto e Porta Napoli, la zona della stazione. Per tutti questi motivi chiediamo a sua eccellenza, Prefetto di Taranto, Umberto Guidato, la convocazione di un tavolo urgente di confronto, da tenersi il prossimo lunedì, richiesta che sarà formalizzata ufficialmente nelle prossime ore dalla parlamentare tarantina Donatella Duranti. Per fare chiarezza sulla gestione opaca dell’Hotspot. Per far sì che non si verifichino più situazioni di questo tipo. Perché nessuna donna e nessun uomo, qualsiasi sia la loro nazionalità, debbano essere lasciate indietro. Nessuno è illegale."
Arci Taranto
Associazione Tempo di cambiare
On. Donatella Duranti
Enzo Pilò, Associazione Babele

giovedì 24 marzo 2016

LAVORATORI A CONTATTO CON AMIANTO SULLE NAVI. LA MARINA MILITARE FACCIA CHIAREZZA ED INTERVENGA

COMUNICATO STAMPA

"Apprendo dalla stampa dell’esposto alla Procura della Repubblica fatto dalla Fiom- Cgil di Taranto, circa la presenza di amianto su nave Espero, su cui lavorano i dipendenti della Imet.
La denuncia riguarda, nello specifico, la richiesta dei lavoratori e dell'organizzazione sindacale di verificare – appunto – l’eventuale presenza del pericolosissimo minerale sulle guarnizioni che stavano sostituendo. Dopo una breve sospensione delle attività, ai lavoratori veniva assicurato che non c'erano rischi, viceversa, il laboratorio di analisi al quale i lavoratori stessi si sono rivolti ha rilasciato certificazione da cui risulta la presenza di fibre di amianto.
Giudico gravissimo che ancora oggi gli operai siano mandati a svolgere attività senza sapere se corrono pericoli per la salute; che gli organi preposti non abbiano evitato che ciò accadesse; che non si sia provveduto immediatamente alla verifica richiesta e che, anzi, siano risultate discrepanze gravissime tra le analisi prodotte dall'azienda e quelle del laboratorio di analisi privato.
La presenza dell'amianto sulle navi e negli stabilimenti militari è un dato ormai acclarato, così come le centinaia di casi di lavoratori diretti e dell'appalto ammalati o morti per l'esposizione al pericolosissimo minerale. Ne dovrebbe discendere l'applicazione rigorosissima del principio di precauzione visto, per altro, che nonostante le centinaia di tonnellate di amianto estratto dalle navi in questi anni, le bonifiche non sono state ancora completate, così come risulta anche da atti di sindacato ispettivo parlamentare e dal lavoro avviato nella Commissione di inchiesta sui rischi correlati all'utilizzo dell'uranio impoverito.
Ricordo infatti che la Commissione, su mia richiesta in qualità di vicepresidente, ha allargato il suo campo di indagine ed azione sia alla presenza ed agli effetti dell’amianto negli Arsenali della MM e nel naviglio militare che agli effettidell'esposizione - e relative conseguenze - sulla salute del personale militare e civile, diretto e dell'appalto. Allargando oltremodo le verifiche al tema delle bonifiche.
Inoltre è stato deciso di effettuare visite ispettive presso alcuni stabilimenti militari, fra i quali appunto quello di Taranto.
Ritengo che gli organi preposti della Marina Militare debbano al più presto fare chiarezza e garantire che i lavoratori non siano in alcun modo messi nelle condizioni di svolgere attività che li espongano a rischi per la salute; che, nel malaugurato caso di esposizione avvenuta nei giorni scorsi, si proceda immediatamente a sottoporre i lavoratori alla sorveglianza sanitaria; che si interrompa qualsiasi attività a bordo fino alla bonifica completa di ambienti, strumentazioni ed apparati.
Ovviamente, mi aspetto che azienda e Marina Militare rispettino le normative nazionali e gli obblighi che da esse discendono, senza omissioni o interventi volti a minimizzare se non – addirittura - a nascondere i fatti.
Penso che ognuno debba dare conto delle proprie responsabilità e che il sindacato abbia svolto appieno il ruolo che gli compete, in riferimento alla tutela della salute dei lavoratori ed in particolare a quelli dell'appalto, da sempre l'anello più debole delle lavorazioni all'interno degli stabilimenti militari."

On. Donatella Duranti

giovedì 17 marzo 2016

L'Italia deve sospendere immediatamente i trasferimenti di armi verso l'Arabia Saudita

L'Arabia Saudita continua a bombardare in Yemen, provocando la morte di migliaia di civili. Il Governo italiano deve impegnarsi a dar seguito alla Risoluzione del Parlamento europeo, finalizzata all'imposizione di un embargo sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita. L'Italia deve sospendere  immediatamente i trasferimenti di armi verso quel Paese.

A seguire il testo della Risoluzione presentata in Commissione Difesa.
 RISOLUZIONE IN COMMISSIONE
La IV Commissione,
premesso che:
dal 26 marzo 2015 in Yemen è in corso una guerra tra le forze della coalizione guidata dall'Arabia saudita, cui fanno parte anche gli Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar ed Egitto i ribelli Houthi;
tale guerra, iniziata in seguito all’operazione lanciata dall’Arabia Saudita,  non ha mai ricevuto avallo e/o mandato dell'ONU;
come diretta conseguenza della guerra, più di 21 milioni di persone, pari all'80 per cento della popolazione, necessitano di aiuti umanitari e 6 milioni di persone hanno bisogno immediato di assistenza di primo soccorso;
in questi mesi, più volte il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha invocato un immediato "cessate il fuoco" in Yemen, per affrontare quella che è stata definita come un immane catastrofe umanitaria in atto nel Paese;
il 16 novembre 2015, il Consiglio europeo ha espresso gravi preoccupazioni per ciò che sta accadendo in Yemen, con attacchi indiscriminati contro le infrastrutture civili e in particolare su strutture sanitarie, scuole e impianti idrici;
considerato che:
a Domusnovas, in provincia di Cagliari, è operante uno stabilimento della Rwm Italia SpA (società sussidiaria del gruppo tedesco Rheinmetall Defence), il cui “core business”, secondo il sito web dell'Aiad (Aziende italiane per l'aerospazio, la difesa e la sicurezza), è rappresentato da "bombe d'aereo e da penetrazione, caricamento di munizioni e spolette, sviluppo e produzione di teste in guerra per missili, siluri, mine marine, cariche di demolizione e controminamento";
numerose e accreditate testate giornalistiche nazionali e internazionali,  hanno riferito e documentato, a partire dall'ottobre 2015, la partenza dalla Sardegna di ingenti quantitativi di bombe prodotte dalla Rwm Italia SpA e classificate MK82, MK83 e MK84, con destinazione ultima l'Arabia saudita;
in particolare il carico di bombe del 16 gennaio 2016 scorso – effettuato a bordo di un cargo «Boeing 747» della compagnia azera «Silk Way» – sarebbe partito dall'aeroporto di Cagliari Elmas con destinazione l'Arabia Saudita, nello specifico la base della Royal Saudi Air Force della città di Ta'if della provincia della Mecca;
questa ultima sarebbe stata la quinta spedizione che il Governo italiano avrebbe autorizzato negli ultimi mesi, dopo quella del 29 ottobre 2015 (da Cagliari Elmas); quella del 18 novembre (da Cagliari Elmas); quella del 22 novembre (oltre mille bombe caricate su di un cargo nel porto di Olbia, successivamente trasportato a Piombino con destinazione finale l'Arabia Saudita); quella del 14 dicembre 2015 (dal porto canale di Cagliari);
tutte queste spedizioni sono state più volte portate all’attenzione del governo dai parlamentari di diversi gruppi, con atti di sindacato ispettivo volti a chiedere l’aderenza di tali spedizioni al dettato normativo della legge n. 185 del 9 luglio 1990, successivamente modificata dalla legge n. 148 del 17 giugno 2003;
preso atto che:
la legge n. 185 del 1990, recante "Nuove norme sul controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento", all'articolo 1, comma 1, sancisce che l'esportazione, l'importazione ed il transito di materiale di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell'Italia, vietando al comma 6, lettera a), l'esportazione, il transito, il trasferimento intracomunitario e l'intermediazione di materiali di armamento in Paesi in stato di conflitto e i cui Governi siano responsabili di violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani;
in base al Trattato internazionale sul commercio delle armi e alla common position dell'Unione europea sull'export di armamenti, l'Italia deve seguire una rigorosa valutazione del rischio, caso per caso, su ogni proposta di trasferimento di armamenti, per determinare se c'è il sostanziale rischio che le armi possano essere usate da chi le riceve per compiere o facilitare gravi violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani. In base a tali elementi l'Italia sarebbe tenuta a negare la licenza per l'esportazione;
il Trattato internazionale sul commercio delle armi, all'articolo 6, prevede il divieto per gli Stati aderenti di autorizzare l'esportazione di armamenti, qualora si sia a conoscenza del fatto che possono essere utilizzati per commettere atti di genocidio, crimini contro l'umanità, gravi violazioni della convenzione di Ginevra del 1949, attacchi diretti a obiettivi o a soggetti civili o altri crimini di guerra;
il decreto legislativo n. 105 del 2012 ha modificato la legge n. 185 del 1990, in attuazione della direttiva 2009/43/CE, vietando l'esportazione di armi quando mancano adeguate garanzie sulla definitiva destinazione dei prodotti per la difesa, prevedendo altresì l'eventuale sospensione o revoca di autorizzazioni già concesse per gravi motivi nel frattempo subentrati;
la monarchia saudita è responsabile di gravi e reiterate violazioni dei diritti umani, come denunciano da anni le principali e riconosciute organizzazioni non governative, le quali hanno documentato continue violazioni dei diritti umani e costante pratica delle punizioni corporali, della tortura e della pena di morte, anche per reati minori, inflitta con la decapitazione pubblica;
Amnesty international Italia, dinanzi alla catastrofe umanitaria in atto in Yemen, ha formalizzato al Governo italiano numerosi appelli per l'istituzione di una commissione di inchiesta internazionale sui crimini di guerra commessi in Yemen e per la sospensione immediata dei trasferimenti di armamenti;
stesse richieste sono state avanzate dalla Rete Italiana per il Disarmo e dalla rete ENAAT (European Network Against Arms Trade), chiedendo anche l’embargo di armi nei confronti dell’Arabia Saudita;
considerato altresì che:
il 25 febbraio 2016 il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione sulla situazione umanitaria nello Yemen (2016/2515 (RSP), nella quale, tra l'altro, si evidenzia che:
«l'intervento militare a guida saudita nello Yemen, richiesto dal presidente yemenita, Abd Rabbuh Mansur Hadi, compreso l'uso di bombe a grappolo bandite a livello internazionale, ha portato a una situazione umanitaria disastrosa che interessa la popolazione in tutto il Paese, ha gravi implicazioni per la regione e costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza a livello internazionale: membri della popolazione civile yemenita, già esposta a condizioni di vita terribili, sono le principali vittime dell'attuale escalation militare»;
«dall'inizio del conflitto sono state uccise almeno 5.979 persone, quasi la metà delle quali civili, e 28.208 sono rimaste ferite; tra le vittime si contano centinaia di donne e bambini; l'impatto umanitario sulla popolazione civile degli attuali scontri tra le diverse milizie, dei bombardamenti e dell'interruzione della fornitura dei servizi essenziali sta raggiungendo proporzioni allarmanti»;
«secondo molteplici segnalazioni, gli attacchi aerei della coalizione militare a guida saudita nello Yemen hanno colpito bersagli civili, tra cui ospedali, scuole, mercati, magazzini cerealicoli, porti e un campo di sfollati, danneggiando gravemente infrastrutture essenziali per la fornitura degli aiuti e contribuendo alla grave carenza di generi alimentari e di carburante nel Paese; il 10 gennaio 2016 è stato bombardato nello Yemen settentrionale un ospedale finanziato da Medici senza frontiere (MSF) e ciò ha provocato la morte di almeno 6 persone e il ferimento di una dozzina, tra cui membri del personale di MSF, oltre a danneggiare gravemente le strutture mediche; si tratta dell'ultimo di una serie di attacchi ai danni di strutture mediche; anche numerosi monumenti storici e siti archeologici sono stati distrutti o danneggiati irrimediabilmente, comprese alcune parti della città vecchia di Sana'a, sito patrimonio mondiale dell'Unesco»;
«a causa di capacità portuali ridotte e della congestione derivante da infrastrutture e strutture danneggiate, solo il 15% del volume pre-crisi delle importazioni di carburante riesce a giungere nel paese; che, secondo il quadro integrato di classificazione della sicurezza alimentare (IPC) dell'Organizzazione per l'alimentazione e l'agricoltura, otto governatorati, vale a dire Sa'da, Hajja, Hodeida, Ta'izz, al-Dali, Lahj, Abyan e Hadramawt, sono attualmente classificati a livello di emergenza per quanto riguarda la sicurezza alimentare»;
«stando all'organizzazione Save the Children, in almeno 18 dei 22 governatorati del paese gli ospedali sono stati chiusi o gravemente danneggiati a causa dei combattimenti o della mancanza di carburante; che, in particolare, sono stati chiusi 153 centri sanitari che in precedenza fornivano nutrimento a oltre 450 000 bambini a rischio, insieme a 158 ambulatori che erogavano servizi di assistenza sanitaria di base a quasi mezzo milione di bambini al di sotto dei cinque anni»;
«secondo l'UNICEF, il conflitto nello Yemen ha avuto pesanti ricadute anche sull'accesso dei bambini all'istruzione, che ha smesso di funzionare per quasi 2 milioni di minori, con la chiusura di 3 584 scuole, ossia una su quattro; che 860 di tali scuole sono danneggiate oppure sono utilizzate come rifugio per gli sfollati»;
«il 15 dicembre 2015 è stato dichiarato un cessate il fuoco nell'intero paese, che tuttavia è stato subito ampiamente violato; che i colloqui di pace tra le parti belligeranti, svoltisi a metà dicembre 2015 in Svizzera, non hanno portato ad alcuna svolta importante in vista della fine del conflitto; che la ripresa dei negoziati di pace guidati dall'ONU, sotto l'egida dell'inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Ismail Ould Cheikh Ahmed, prevista per il 14 gennaio 2016, è stata temporaneamente rinviata per il perdurare delle violenze»;
«alcuni Stati membri UE hanno continuato ad autorizzare il trasferimento di armi e articoli correlati verso l'Arabia saudita dopo l'inizio della guerra; tali trasferimenti violano la posizione comune 2008/944/PESC sul controllo delle esportazioni di armi, che esclude esplicitamente il rilascio di licenze relative ad armi da parte degli Stati membri, laddove vi sia il rischio evidente che la tecnologia o le attrezzature militari da esportare possano essere utilizzate per commettere gravi violazioni del diritto umanitario internazionale e per compromettere la pace, la sicurezza e la stabilità regionali»;
la risoluzione, nell'esprimere grave preoccupazione per gli attacchi aerei da parte della coalizione a guida saudita e il blocco navale da essa imposto allo Yemen, che hanno causato la morte di migliaia di persone, invita il vicepresidente della Commissione europea e l'alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza ad avviare un'iniziativa finalizzata all'imposizione da parte della UE di un embargo sulle armi nei confronti dell'Arabia saudita, tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale Paese nello Yemen e del fatto che il continuo rilascio di licenze di vendita di armi all'Arabia saudita violerebbe pertanto la posizione comune 2008/944/PESC del Consiglio dell'8 dicembre 2008»,
impegna il Governo:
a dar seguito alla risoluzione del Parlamento europeo e sospendere immediatamente i trasferimenti di armi verso l'Arabia saudita;
a promuovere un impegno dell'alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, perché venga posto un embargo da parte della UE;
a sostenere nelle opportune sedi una rigorosa applicazione di quanto già previsto dalla posizione comune 2008/944/PESC e un rafforzamento del ruolo di monitoraggio dei Parlamenti nazionali.

DURANTI, SCOTTO, PALAZZOTTO, PIRAS, MARCON

martedì 3 novembre 2015

Il 7 novembre al Teatro Quirino i parlamentari della sinistra presentano un’altra idea d’Italia